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Pasqua prima della memoria

di Giuseppe Cassarino

Chissà, mi chiedo a volte, pensando alla nostra festa, quando e come abbia avuto luogo per la prima volta. Rivedo un paese con poche case addensate attorno alla fonte, che poi si sparpagliano qua e là, nelle diverse contrade, fra orti, carrubi e ulivi: ora verso il fiume, ora verso le prime balze degli Iblei, ora verso il mare.

Poi, fra il labirinto di vie e l’inseguirsi dei tetti, spicca il profilo degli edifici laici e sacri più importanti: il Castello, la Chiesa di San Biagio il vecchio, la chiesa di San Francesco quella della Misericordia, i resti, d’impianto chiaramontano, del tempio su cui sarebbe sorta l’attuale Santa Maria delle Stelle e San Nicola, dove per tradizione bizantina era già radicato il culto alla Vergine Annunziata, con una devozione viva e profonda.

Questo, credo, fu ciò che apparve al loro arrivo, nei primi del Quattrocento, agli Spagnoli che da subito ebbero modo di apprezzare non certo l’ostilità e la diffidenza dei pochi abitanti quanto la gradevolezza di un luogo ricco d’acqua e di terreni fertili, non molto dissimile da quello che avevano lasciato nella terra d’origine, in Catalogna. Terra la cui nostalgia si faceva certamente più forte, per loro cattolicissimi, in occasione delle principali feste dell’anno: momenti di fede, ma anche di aggregazione familiare e popolare.

Quale migliore rimedio, allora, se non riproporre anche qui i loro usi festivi tradizionali, con riti, processioni, fiere e giochi, bande, fuochi e gastronomia? Penso proprio che sia andata così, molto prima che un anonimo cronista ne descrivesse puntualmente lo svolgersi nel 1635.

Un’altra domanda, però, si affaccia alla mente: e la Pasqua di prima? Sì, proprio quella degli anni antecedenti alla mia consapevole presenza e partecipazione, ai miei primi ricordi; quella delle foto ingiallite e dei racconti epici e insieme fiabeschi di mia nonna Tatedda, di don Peppino La Ferla e di altri volti anziani di amici e conoscenti di cui non ricordo più il nome, ma che ascoltavo ammirato e stupito, sempre più desideroso di sapere.

Com’era bella la festa, con quel cielo azzurrino punteggiato dai fuochi, nel quale danzavano fantasiose mongolfiere, i palluna, mentre gli antichi simulacri solcavano lenti un mare ondeggiante di teste e cappelli. Che profumi, che gioioso vociare, che allegro chiacchiericcio, tuono di bombe, garrire di rondini e note chiassose della banda ne scaturivano…

Vorrei, ancora oggi, parlare con chi, emigrato lontano da tempo, ne conserva ricordi autentici e incorrotti dall’inevitabile cambiamento imposto dal passare degli anni, dal silenzioso ma erosivo tarlo dei giorni, con il progressivo cancellarsi di piccoli o grandi usi e l’affermarsi di nuovi, che oggi appaiono consolidate tradizioni.

Bella era la festa e bella è tuttora, grazie a chi ne mantiene la memoria e si adopera, con linfa e mentalità nuova, perché il rito si compia nuovamente e la memoria, attualizzandosi, diventi viva nell’oggi. Ma non basta. Mai.

Si tratta di una sacra rappresentazione, fra le più importanti e significative dell’Isola; di un contenitore di fede, storia, civiltà, tradizioni locali e ricordi personali. Un’opera d’arte che vive nel fragile scrigno della memoria di ognuno, da tutelare, recuperare, custodire con impegno costante e indefesso, per sottrarla all’ingiuria del tempo e – non sia mai – al seppur generoso, sincero ma dannoso intervento di chi, desideroso di fare, superi i limiti, come purtroppo altrove accade.

Ciò prima che questa tela sbiadisca, che la pellicola pittorica irreversibilmente si stacchi e che lo spirito dei padri che l’hanno creata, vissuta e visceralmente amata si perda.

Ma, anche se allo specchio i capelli sono sempre più bianchi, in un cassetto una maglietta rossa dai ricami dorati è già pronta, perfettamente stirata e profumata: sì, di fresco bucato, ma ancor più di tradizione antica, di senso di appartenenza, di quell’imperitura speranza e di quella fede senza tempo nate e nutrite fra le pietre bionde e la cupola azzurra della nostra Basilica.