Skip to content Skip to footer

Pasqua a Comiso

IERI E OGGI TRA FEDE, TRADIZIONE E FOLCLORE

di Antonello Lauretta

A Comiso la Festa di Pasqua è, da secoli, un felice connubio di fede, tradizione e folclore.

È documentata nel 1635 e una cronaca dell’epoca racconta che la celebrazione si svolgeva di buon mattino. Il Cristo Risorto, con ai piedi un fanciullo vestito da angelo che recava una corona d’argento, usciva dalla basilica dell’Annunziata accompagnato dal clero della Matrice; poco dopo usciva la vara con il gruppo statuario di Maria SS. Annunziata, avvolta in un manto nero.

Le due processioni, seguendo direzioni opposte, si incontravano davanti alla chiesa di San Biagio. L’angelo salutava la Madonna con il canto del Regina coeli laetare; quindi l’angioletto porgeva la corona alla Vergine che, lasciando cadere la gramaglia, rivelava un magnifico manto di broccato. Da quel momento le processioni si unificavano e, tra suoni e botti, il corteo percorreva le vie della città fino al rientro in basilica verso mezzogiorno.

Il 1635 non rappresenta il “dies a quo” della festa: la struttura già consolidata lascia supporre origini più antiche. La cronaca comprova piuttosto un rimodellamento secondo il gusto catalano, innestato su un humus medievale. Raffaele Umberto Inglieri, nelle sue ricerche in Catalogna, riscontrò sorprendenti coincidenze tra le celebrazioni catalane e quelle comisane, sia nei riti del Sabato Santo sia in quelli della Domenica di Pasqua.

Le radici vanno ricercate nel Medioevo, quando si celebravano insieme il Mistero dell’Annunciazione e quello della Morte e Risurrezione di Cristo.

L’Annunciazione contiene in sé l’intero mistero dell’Incarnazione e orienta alla Pasqua. Lo documenta Egeria nel suo diario di viaggio in Terra Santa (381-384).

Nella Pasqua comisana confluiscono così tradizioni bizantine e usi catalani, in una sintesi originale che spiega la presenza congiunta della Vergine Annunziata e del Cristo Risorto nella processione domenicale.

Nel tempo la festa non è rimasta immutata. Già un secolo fa Stanganelli osservava che essa «è di non poco mutata». Pitrè, nel volume Feste patronali in Sicilia, descrive la Pasqua del 1899; analoga appare quella narrata dallo stesso Stanganelli e ricordata da Salvatore Fiume, che nel 1926 impersonò uno degli angeli.

Rispetto al Seicento erano scomparse le due distinte processioni iniziali. Dopo contrasti culminati nel 1747, il viceré Eustachio La Vieuville stabilì che i due cleri non si unissero più; un accordo del 1834 riconobbe all’Annunziata il diritto di processionale per la Pasqua e alla Matrice la festa dell’Addolorata il Venerdì di Passione e dal 1910 la terza domenica di maggio.

Altre modifiche intervennero nel tempo: la Vergine non fu più coperta dal velo nero, scomparve l’offerta della corona d’argento, e la festa estese le celebrazioni anche al lunedì. Restarono invece manifestazioni folkloristiche e riti della Settimana Santa, tra cui la “notturna” del Sabato Santo.

Dopo la pausa degli anni di guerra, si tornò a festeggiare nel 1944; cambiò il canto iniziale del Regina Coeli e, con il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la Marcia Reale fu sostituita dall’Alleluja del maestro Alfio Pulvirenti. Negli anni ’50 e ’60 la festa conservava ancora i suoi tradizionali “complementi”: i palloni aerostatici, l’antica fiera istituita nel 1804 in corso Vittorio Emanuele, la cappa magna dei capitolari, la maschetteria e gli spettacoli pirotecnici.

Col tempo sono scomparse alcune consuetudini, come i “palluni”, la benedizione delle automobili e la gimkana automobilistica; “A Sciugghiuta a Loria” è stata posticipata dal mezzogiorno alla sera.

Nel 1993 la Pasqua si ripropose con una cornice più ricca di eventi, affiancata dalla Pasquarte, nata come concorso e mostra di pittura. Nell’ultimo quarto di secolo, tuttavia, si è assistito a un progressivo ridimensionamento delle manifestazioni esteriori.

La modernità incalza, ma la festa è anche sfarzo, gioia ed espansività di un popolo: mutare non significa snaturare. Si avverte il bisogno di custodire tradizioni plurisecolari, oggi talvolta scomparse nei luoghi d’origine, che costituiscono un patrimonio storico, folcloristico e identitario meritevole di studio, tutela e valorizzazione, oltre che sicuro richiamo turistico.